La benedizione dei monti

Salire in corteo, in processione verso un luogo alto, montano, soprastante il paese, o la città. E’ un rituale molto diffuso in Appennino. Si manifesta soprattutto in occasione di cerimonie religiose, ma affonda le radici in riti ancestrali, come attestano le Tavole Eugubine, il più antico testo rituale tuttora conosciuto in Occidente, concepito – guarda caso – proprio in Appennino.


Una recente breve pubblicazione di Riccardo Picchiarati dedicata alla chiesa di San Michele al Monte di Acquasparta, ne attesta – in maniera molto documentata – un caso.
“In questi cerimoniali attuati frequentemente attraverso processioni collettive finalizzate a garantire la fertilità della terra – scrive Riccardo Pichiarati, riferendosi alla processione che gli acquaspartani compiono l’8 maggio verso la piccola chiesa sulle pendici dei monti Martani – esiste una profonda correlazione fra lo spazio rituale del corteo e la sacralizzazione del territorio”. “Generalmente i tracciati percorsi dai fedeli unificano la città murata con un luogo simbolico, dedicato al protettore e dominante il paesaggio”.

A questa “costruzione simbolica del paesaggio”, così presente nell’interpretazione che tanti studiosi hanno dato delle Tavole Eugubine (“attraverso il percorso cerimoniale, scrive Marco Pucciarini, si verifica una frattura nell’ordinarietà dello spazio che permette al sacro di irrompere”) non si sottraggono molte altre feste patronali e rituali. Ad iniziare dalla festa di San Pancrazio di Calvi dell’Umbria, durante la quale ancora oggi si compie un complesso rituale che si conclude con la processione verso la cima del monte San Pancrazio e tre giri di corsa intorno alla chiesa costruita in prossimità dei resti di un tempio pagano.

calvi

Ma il livello più alto, naturalmente, lo si raggiunge con la festa di Gubbio, dove i tre ceri fatti salire a spalle fino al monte con le statue di Sant’Ubaldo, San Giorgio e Sant’Antonio altro non sono, secondo molti che la trasfigurazione delle tre divinità del pantheon umbro, Giove, Marte e Vofione.

Al di là delle interpretazioni e dei riti più o meno condivisi dalle comunità di oggi, resta forte un messaggio che arriva dalle profondità della storia e probabilmente anche dell’anima: la necessità avvertita dalle popolazioni d’Appennino di legare, anche sacralmente, la comunità al territorio; di bene-dire dall’alto dei propri monti, di purificare la visione della propria città ascendendo verso le cime circostanti.
Potrebbe essere un suggerimento di grande validità anche nella nostra era, fin troppo laica. Le montagne sono sempre lì. E di una visione dall’alto ce n’è più bisogno che mai.

Resistenza montana con montone

Di giù si parla di arresti, di crisi, di inquinamento, di legittima difesa. Di su si parla di spinose, montoni, cannoni per cinghiali e gelate fuori stagione.
Bastano poche centinaia di metri di differenza. Naturalmente d’altitudine e non di distanza. Basta salire, spostandosi anche di poco, per cambiare panorami – certo – ma anche discorsi e prospettive. Forse perfino per fare un salto nel tempo. Resta da capire se all’indietro o in avanti.

La montagna, anche il piccolo Appennino, quello sopra casa, non offre solo l’aria buona e l’opportunità di buttar fuori le tossine con il sudore. Ti offre – se sai cercarlo – il contatto con l’altro mondo. In senso buono. Il mondo dei montani resistenti. Che poi, se sono umbri (orientali) o marchigiani, sono pure simpatici. Che alla fine della chiacchierata ti vien voglia di abbracciarli, come fratelli e sorelle. Forse anche per via del vino che – inevitabilmente – avete bevuto insieme. Continua a leggere “Resistenza montana con montone”

Fiore di maggio

Lungo tutto l’Appennino centro-settentrionale, in Toscana e nelle Marche è diffusa la festa del maggio. Il Calendimaggio, o il Cantamaggio, il maggio sacro, quello profano con i canti di questua, affondano le radici nella notte dei tempi, nei floralia dell’antica Roma, nel culto delle divinità della terra, nel saluto ad una primavera ormai irreversibile, tappa fondamentale nel tempo ciclico delle stagioni per la civiltà contadina.


La notte del 30 aprile si gridava e si cantava di gioia per il ritorno della bella stagione, per il rinnovato miracolo della fioritura, auspicio di fertilità e di abbondanti raccolti. E molto spesso lo si fa ancora nei piccoli borghi delle Terre Alte e nelle campagne rinverdite.

C’è poi un caso speciale. E’ quello di una smemorata città d’Appennino, Terni, un tempo legata alla sua valle, alle sue acque veloci e alla prorompente natura che la circonda. Continua a leggere “Fiore di maggio”

In cammino nel terremoto in cerca del nuovo Appennino

Questa storia comincia con un punto e un a capo.
Li abbiamo messi, il punto e l’a capo, traversando a piedi, tanto involontariamente quanto abusivamente, la zona rossa di Casali di Ussita, mentre scendevamo dai piani di Pao, con ancora negli occhi lo splendore dolomitico del Bove.
Prima di camminare qui, c’eravamo illusi che tutto potesse tornare com’era abbastanza rapidamente, magari a beneficio esclusivo di noi escursionisti della domenica. Lo abbiamo pensato senza umiltà, forse da egoisti, forse per troppo amore verso queste terre,  senza aver provato a capire che da queste parti il paradiso e l’inferno non hanno confini ben tracciati.
Senza aver capito bene la vastità dei problemi. Senza aver capito che qui, sull’Appennino centrale in un’area che va da L’Aquila a Camerino e Tolentino, da Campotosto fino a Norcia e a Cascia, siamo all’anno zero. Stavolta più delle altre. Questo è stato un grande terremoto, come quello del 1703. Le conseguenze della catastrofe sono enormi, ben più ampie e di lunga durata rispetto a ciò che ci appare dall’esterno.
Non sarà come prima. Neanche camminare qui sarà come prima. Ma continueremo a farlo.
Punto e a capo.

I paesi abbandonati
Abbiamo camminato per tre giorni, da soli e poi insieme agli amici del Cammino Francescano della Marca (che stanno andando da Assisi ad Ascoli Piceno), in un continuo susseguirsi di panorami splendidi e paesaggi sfregiati, tra bellezza e angoscia.
Abbiamo rivisto luoghi cari e frequentati come Visso, Ussita, Pieve Torina e Muccia, abbandonati e chiusi come il nostro cuore quando provavamo a attraversarli aggirando le transenne. E poi tante crepe sui muri delle case, delle chiese, delle pievi: quelle maledette X, quasi un segno del demonio, e macerie ancora sulle strade, come se il terremoto ci fosse stato ieri.
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Per Pasqua conta le pecore e #salvaunpastore

Sono settimane che conti le pecore. Senza neanche riuscire a dormire.
Tutto ad un tratto ci sono tantissime pecore nella tua vita. Sarà che è Pasqua e perfino Berlusconi dà il latte all’agnellino.
Oppure no, forse la questione principale è che sei stato a Cascia a vedere Sa paradura. E lì di pecore ne hai viste mille. Le hanno portate Gigi Sanna, la Coldiretti, gli Istentales e gli amici sardi per regalarle agli allevatori terremotati.
Solidarietà arcaica del mondo pastorale, di quando non c’erano ancora le assicurazioni e i decreti legge.

E poi sei stato a Piedimonte, sulle tue montagne di casa a prendere il primo sale dalla pastora di Cesi e hai rivisto la casa scalcinata e disordinata, il gregge, i maremmani, le galline sull’aia, il montone. E hai risentito gli odori di cinquant’anni fa nei casolari della campagna umbra, gustando un cucchiaio di ricotta calda.
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L’economia montana della bellezza

Dalla sua nuova vita appenninica Giovanni Lindo Ferretti ci ricorda che la montagna per molti di noi è diventata, o è sempre stata, un’amante per il fine settimana. Niente di più di un’amante, sedotta e abbandonata.
In effetti una cosa è parlare di montagna, un’altra è viverci. Una cosa è amare la montagna, un’altra è creare le condizioni affinché non si spopoli e non diventi un immenso parco (giochi).

Questo punto di vista diventa ancor più necessario per cercare di capire – dall’esterno – quale possa e debba essere la gestione migliore della lunga fase post sismica, per le regioni appenniniche del centro Italia.


A cosa serve l’Appennino senza i suoi abitanti? Se lo chiedeva già qualche mese fa Slow Food analizzando i dati ben poco confortanti del rapporto Montagne Italia.
Ce lo continuiamo a chiedere con ancor più forza dopo il grande terremoto.
Proprio Slow Food aveva dato vita, giocando involontariamente d’anticipo sugli eventi catastrofici, agli Stati generali delle comunità dell’Appennino, un luogo di confronto (itinerante) e un’occasione di discussione  e d’incontro non solo virtuale.

Da dove ripartire? Si chiedevano coloro che avevano (e che hanno a cuore) il futuro delle nostre montagne di mezzo e delle loro comunità…

Gli Appennini – scrivevano – sono stati per secoli la dorsale dell’economia italiana, che si basava sulle attività agro-silvo-pastorali; è una storia che oggi può ancora essere raccontata dai prodotti tipici e dal paesaggio stesso”.

Qualità dei prodotti e paesaggio sono ancora i due assi sui quali ricostruire le comunità d’Appennino. Il terzo asse è la bellezza. Non più premio solo per i gitanti in cerca dell’amante-montagna del fine settimana, ma plusvalore dell’abitare e del lavorare nelle Terre Alte.

Perché la fatica del lavoro, la scarsità dei frutti – o meglio lo scarso valore loro attribuito – hanno in effetti per secoli caratterizzato l’abitare in montagna quasi come una condanna, e la consapevolezza del vivere in un ambiente esteticamente privilegiato ha faticato non poco a far capolino nelle vite dei montani.


La montagna, dunque, da sempre, è stata sinonimo di fatica e di economia precaria. Ma negli ultimi anni, almeno in alcune aree dell’Appennino, la situazione sembrava avviarsi ad un cambiamento: qualità dei prodotti, tutela dell’ambiente, promozione del territorio, nuove tecniche e nuovi strumenti di lavoro, unite all’entusiasmo e all’intraprendenza di alcuni giovani avevano iniziato a dare nuovi frutti.

Cosa succederà ora, dopo il terremoto? Sarà la mazzata finale, o la scossa (in questo caso positiva) per la svolta decisiva?

Un vecchio adagio dice: “Laddove si producono fratture, possono emergere tesori nascosti”.
Se si sviluppasse una nuova visione, in montagna d’ora in poi si dovrebbe stare e re-stare non per costrizione, ma per scelta consapevole, a fare mille cose economicamente rilevanti (se incoraggiate): l’escursionismo sostenibile, l’università della montagna, le coltivazioni di zafferano, di canapa, di lenticchia, di legumi tradizionali, l’allevamento allo stato brado…

Ma occorrerebbe, allo stesso tempo, innovare i metodi e gli strumenti di produzione, promozione e vendita. Ad iniziare dall’on line che pure ha già avuto un ruolo significativo nel sostegno alle vendite di prodotti tipici nel post terremoto e nel creare collegamenti e solidarietà nuove tra la montagna e la valle.
Servono infrastrutture, anche tecnologiche, serve una rinnovata viabilità, rispettosa dell’ambiente, serve progettare innovazione montana senza mai dimenticare di farsi ispirare dal genius loci.

In cambio la montagna  sarebbe capace di offrire ai nuovi e ai vecchi montani il confronto con l’armonia dei ritmi della natura,  il senso della misura e dell’utilità del tempo: una visione olistica preziosa in un mondo che ha disimparato a guardarsi nel suo insieme, dall’alto. La montagna insegnerebbe ai vecchi e ai nuovi montani ad essere non padroni, ma passeggeri della natura. Gli insegnerebbe ad essere comunitari e solidali.

I nuovi abitanti ed i nuovi imprenditori/lavoratori della montagna dovrebbero dunque essere in grado di contabilizzare nei loro bilanci tutto questo, insieme all’influenza della bellezza nelle proprie vite.

“Quando uomini e montagne s’incontrano, grandi cose accadono”, diceva profeticamente William Blake. Lo stesso potrebbe accadere quando uomini e montagne si ritrovano e si riconoscono.

Il trekking che non c’è, sull’isola che non c’è

Le foto del trekking appena terminato sono sul tavolo. Uno sguardo d’insieme e ci vuol poco a capire che quasi tutte sono state scattate a panorami ripresi dai monti Martani verso l’esterno. Stupende vedute della Valle Umbra, prima verso sud, con i monti di Spoleto e, sullo sfondo, l’inconfondibile silhouette dei monti Sibillini; poi risalendo verso Nord, Montefalco, Trevi, Foligno il Subasio con Assisi che si arrampica alle sue pendici e in lontananza il profilo del monte-vulcano, l’Amiata. A sud il Terminillo, poi – più a Ovest – il Soratte e via via San Gemini, i monti amerini, Acquasparta.

I profili delle colline che si sovrappongono dolci nella più dolce della campagne umbre, e che si accavallano come le onde nei toni del grigio e del blu alternati alle foschie autunnali. E poi ecco il pinnacolo della cupola della chiesa della Consolazione di Todi e il moderno campanile del santuario di Colvalenza, con la chiave del cielo, che emergono dalla cortina di nebbia generata dal lago di Corbara come fari sugli scogli, in un mare schiumoso e tempestoso del nord. Continua a leggere “Il trekking che non c’è, sull’isola che non c’è”

La via degli dei gemelli

Video realizzato in occasione del convegno : “I Cammini della Magna Grecia” organizzato dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli – Associazione Eleonora Pimentel.
Regia di Grazia Morace
Voce narrante Tommaso Onofri

Il testo
Prati verde smeraldo. Campi di grano ancora timidi.
Ulivi dalle foglie che si muovono nel vento, argentate.
Boschi di leccio, cupi. Montagne placide, da accarezzare.
Aria leggera di primavera, appena accennata, dietro nuvole pesanti cariche d’acqua fertile.
Acqua in movimento, sorgenti, pozzi profondi che si perdono nelle cavità della terra. Grandi querce e pietre.
Pietre bianche di calcare per farci strade prima e case poi.

Ci sono tante strade che s’incrociano qui.
Tutto nasce con una strada. Tutto nasce con gente in movimento e gente che si ferma.
La gente passa, i miti restano attaccati alle pietre e altra gente ci cammina sopra, qualcuno inciampa, qualcun altro riesce a sentirli i miti, gli archetipi, i nodi che intrecciano ragione e inconscio; riesce a sentirli, perfino con i piedi. Continua a leggere “La via degli dei gemelli”

Il popolo hobbit d’Appennino

Al riparo dal vento gelido, appena dopo il tramonto, nella rocca di Campofilone, Cesare Catà legge e commenta brani di JRR Tolkien. È il giorno di San Patrizio. Nel crepuscolo, oltre le mura, lo sguardo vola sopra la Terra di Marca, si concentra sulla candida maestosità del Gran Sasso e poi si sposta verso la montagna dei Fiori, i Sibillini e la Laga.
Le montagne Gandalf, voglio tornare a vedere le montagne“.


Chissà se Tolkien conosceva l’Appennino? Nel suo viaggio in Italia l’ha sicuramente attraversato e dal Subasio, forse, il suo sguardo si sarà perso sulle cime della nostra Terra di Mezzo. Continua a leggere “Il popolo hobbit d’Appennino”

L’arte rubata nell’Appennino ferito

Il terremoto e la burocrazia hanno portato via la gente dalle proprie case, lontano dai paesi d’Appennino. Ora si stanno portando via anche le opere d’arte: “Ci tolgono la base sulla quale ricostruire le nostre comunità. Ci tolgono i simboli, la speranza e la bellezza”.
Non è solo il terremoto del dolore delle famiglie, delle case squarciate, delle aziende svuotate, della rabbia per i ritardi nella consegna dei moduli abitativi, o delle stalle provvisorie. Il grande terremoto d’Appennino è anche il terremoto del furto della cultura. Lo denunciano alcuni sindaci dell’area marchigiana del cratere che lottano per evitare lo spopolamento di quei territori e per far sì che gli enormi giacimenti culturali di questa terra non subiscano dispersioni. L’occasione è un convegno organizzato a Campofilone, in provincia di Fermo, per la festa di San Patrizio, dall’associazione Arte Nomade.
“Ho fermato i Carabinieri”
Raffaele Tassotti è sindaco di un piccolo comune, Montalto Marche. Soprattutto è uno che vuol bene alla sua terra. E dopo il terremoto dorme poco, perché pensa a cosa fare per salvare il salvabile, a come e cosa ricostruire, a come rimettere in piedi il suo paese.
“Sotto Natale – racconta – stavo facendo la legna quando mi chiamano per dirmi che una squadra del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri si stava portando via quadri e opere d’arte da una delle nostre chiese inagibili. Sono corso là senza cambiarmi e non odoravo certo di buono. Ho fatto una scenata violenta: avevano già impacchettato cinquanta pezzi, compresa la pala d’altare di Pagani. Gli ho detto che non si sarebbero portati via niente. E alla fine così è stato: le opere d’arte devono restare sul territorio del terremoto. Adesso tutto è stato sistemato in locali messi a disposizione dal municipio, dove abbiamo aumentato i sistemi d’allarme”.
“Stanno rubando l’arte dei nostri territori”
Contro l’idea di portar via le opere d’arte dai comuni di montagna dell’area del terremoto, si schiera anche il sindaco di Macerata Romano Carancini.

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