Guardaboschi d’Appennino sulle montagne di casa

Millecentoventuno metri di quota e siamo a Terni. Vi sembra strano? Non lo è per niente. Pensate: quasi il 53% del territorio comunale è costituito da montagne e la vetta di Torre Maggiore ne è il punto più elevato. Se non siamo in una città di montagna, siamo quantomeno in una città in mezzo alle montagne d’Appennino, anche se spesso questa città se ne dimentica. E dunque il viaggio nelle terre alte di casa nostra non può che iniziare da qui, da Torre Maggiore, in una maestosa faggeta. Immersi, o meglio avvolti dal suo silenzio, rotto di tanto in tanto dai cigolii dei rami e dai richiami degli uccelli.

Un ufficio tra i boschi
“Pochi lo sanno, ma abbiamo quasi quattromila ettari di bosco di proprietà comunale”. Un mondo verde, al quale si aggiungono amplissime zone di pascolo, mulattiere, sentieri, radure, pareti rocciose sulle quali vigilano i tre guardaboschi della Polizia municipale. Sono loro che ci accompagnano in questa prima escursione alla scoperta della Terni di montagna che circonda la conca, a perdita d’occhio. “Questo è il nostro ufficio”, dice Valentino Contessa indicando con un gesto il bosco intero. Quasi ad abbracciarlo. Perché si capisce subito che i guardaboschi vogliono davvero bene ai nostri boschi e alle nostre montagne. “Lo vedi questo faggio?”, dice Valentino fermandosi lungo il sentiero nel bosco. “Ecco qui c’era un rampicante che lo stava stritolando. Lo abbiamo liberato con la roncola. Ora sta bene”.


La tramontana dalle terre alte

Così vicine, queste terre alte, eppure così lontane dalla città, che quasi le ignora, anche se le centinaia di migliaia di alberi che vi vegetano rinfrescano gli affaticati polmoni ternani e potrebbero far bene all’anima e all’intelligenza di molti abitanti della conca, vivificandone le idee, come la tramontana. E magari, con le giuste attenzioni, potrebbero giocare un ruolo non trascurabile per il futuro della nostra comunità. E’ un insolito punto di vista su Terni, certo. Ma da qui non può essere altrimenti.

Cinghiali, spinose e lupi
Montagne e boschi, leccete sempre verdi a perdita d’occhio, faggete sopra i 900 metri, poco utilizzate dagli uomini, ma ricche di vita animale. Cinghiali, istrici (che qui chiamano spinose), tassi, scoiattoli e lupi.
Lupi? “Sì – conferma Fabrizio Collazzoni, l’altro guardaboschi al lavoro nell’”ufficio” di Torre Maggiore insieme a Fabrizio Celi – negli anni scorsi ci sono stati alcuni avvistamenti di lupi sulle nostre montagne”. Non costituiscono un problema per gli uomini e neanche per le greggi (considerata la rarità dei passaggi), ma dimostrano la conservazione della selvaticità di questi territori.

1461649_10202727611062021_884606511_nLe tre pastore
Usciti dalla faggeta, nei pascoli in quota si scorge una “rimessina” per le pecore in mezzo ai prati. “Ci occupiamo ogni anno dell’affido pascoli: ci sono ancora allevatori che chiedono i terreni comunali per una sorta di alpeggio estivo nostrale destinato alle pecore, alle vacche e ai cavalli. Non sono più di sei o sette, ormai”. Tra loro ci sono ben tre pastore. Tre donne coraggiose, produttrici di ottimi formaggi, ricotte, primosale e pecorini. Una versione al femminile dei “capi di bestie”, secondo la definizione che lo scrittore Jean Jono dava dei pastori. Sono pochi però gli allevatori ternani e non ci sono altre richieste, per un’economia dura, ma che – se orientata alla qualità –  altrove in Appennino inizia a dare soddisfazione e produrre reddito.

Legna da ardere contro gli incendi
Altrettanto poche e in calo sono le richieste per il taglio dei boschi. Non è una buona notizia. “Il taglio, se fatto secondo le regole, fa bene al bosco”, fa notare Collazzoni. E così in effetti è stato per secoli, attraverso il sistema delle comunanze e il diritto di legnatico. “Il bosco coltivato e pulito poteva crescere meglio ed era al riparo dal rischio degli incendi”. Ora gli usi comunitari del territorio sono venuti meno, ci si affida a ditte e professionisti in alcuni casi anche di fuori regione. Ma i boschi sono prevaalenteemente in abbandono. E bisogna stare in allerta, specie nelle estati sempre più torride, come questa.

Si scende al bar Lupetto di Cesi, luogo di incontro e di scambio d’informazioni tra montanari vecchi e nuovi. Ma l’impressione è che nonostante abbia tanti frequentatori occasionali, questa montagna a portata di mano, sia dimenticata dai più. Oppure che sia semplicemente usata, ma non rispettata. Come accade quando è percorsa da motociclisti poco attenti al rispetto delle regole, o quando qualcuno la vuol trasformare in discoteca a cielo aperto, organizzando raduni con le auto fino in mezzo ai boschi e abbandonando ogni tipo di rifiuti.
I Guardaboschi fanno quello che possono. Sono solo tre per un territorio grandissimo. In realtà serve un altro approccio. Servono tutela e vigilanza, educazione, consapevolezza, amore e rispetto per la natura, idee e una nuova programmazione del territorio. Non foss’altro perché è da quassù che si riesce a vedere oltre le ciminiere.

Appenniniweb.it per Il Messaggero 

 

Lettera aperta all’Appennino

Sei tanto lungo che la testa non sa cosa fanno i piedi…
Caro Appennino, ti capisco. Ti capisco davvero. E sei così lungo che non è facile conoscerti tutto. Anzi, il problema è che se ti fermi in un luogo qualunque d’Appennino, rischi d’innamorarti di quello e dimenticarti il resto.

Invece tu, Appennino, sei una lunga catena e tutto tieni insieme. C’è gente d’Appennino in Emilia e c’è gente d’Appennino in Calabria. Ce n’è sul Gran Sasso, come sul Pollino, sulle colline umbre che fanno da scalandrino alle montagne e su quelle marchigiane dove si scivola verso il mare. C’è gente d’Appennino, poca, vecchia e nuova. Che resiste e che ritorna. Dovunque.


Il fatto è che frane e fame, terremoti e smottamenti, industrie e comodità, non solo t’hanno svuotato e spopolato. No, di più, t’hanno annullato e cancellato dalle mappe, tanto per attraversarti ormai bastano trafori e viadotti.

Eppure, caro Appennino, mi ricordi una terra del Nord verde come te e abbandonata come te, forse anche di più.

Eppure, caro Appennino, basta guardare una qualunque carta geografica che non riporti solo le strade e le autostrade, per capire che eri e resti la spina dorsale d’Italia. E tu lo sai a che serve la spina dorsale? A restare in piedi. Anzi, serve anche a qualcos’altro: serve a dare gli impulsi giusti a tutto il corpo.

Ti sembrerà strano, ma qualcuno pensa che tu, con le tue montagne, la tua bellezza, la tua cultura, la tua tramontana, possa, anzi debba, essere ancora la spina dorsale d’Italia ed aiutare questo nostro povero Paese a rimettersi in piedi. Anche se questa Italia ti ha abbandonato e spesso si è fatta beffe della tua gente.


Non sei solo, caro Appennino. Ne ho viste tante di persone che ti vogliono bene: poeti e contadini (spesso anche contadini-poeti), giovani che vogliono costruirsi un futuro tra le tue montagne senza dimenticare quel che di buono il progresso e la tecnica gli hanno insegnato. Gente che vuol trovare nuovi sentieri, che vuol esplorare altre esperienze, comunità che si ritrovano e comunità che nascono. Uomini e donne che ritornano, che hanno voglia di far festa, di ballare, di suonare, con le radici sotto ai piedi che si muovono in continuazione.

Come questa nostra terra che balla e che ci fa soffrire. Ma che facendoci soffrire rafforza il nostro legame d’amore.
Proprio come è accaduto per quella terra verde nel Nord che tanto t’assomiglia, terra d’emigranti, di santi e di canzoni, l’Irlanda.

Anche noi abbiamo bisogno di un nuovo canto per te, caro Appennino, di un canto corale d’Appennino. Con mille voci diverse che si uniscono, ma che debbono riconoscersi una con l’altra, come un’eco, da una valle all’altra di questa tua catena lunghissima che ci tiene uniti.

E’ difficile come gestire un allevamento di vacche; è difficile come rialzarsi dopo un terremoto devastante; è difficile come cercare di creare un lavoro in montagna quando capisci  che a valle non ci sono più speranze. E’ difficile come preferire un panorama splendido ad uno schermo sul web.

E’ difficile, ma sarebbe bellissimo. Caro Appennino aiutaci tu.

 

Lettera aperta all’Appennino, per il primo compleanno di Appenniniweb.
(foto di copertina da http://www.camminofrancescanodellamarca.it

Di fame d’erba, di canti e di catene

C’è fame d’erba in Appennino. Appena un po’ più a Sud, nel parco nazionale d’Abruzzo, a Pescasseroli. Qui, tra una foto e l’altra dei Vip che ne fecero un centro di villeggiatura à la page negli anni Settanta, (ora orgogliosamente in mostra lungo le vie del borgo) l’inizio di giugno porta in piazza una fiera ben poco sciccosa, fatta di racconti delle nonne e di caciocavallo, di forni d’argilla e di tessitrici, di grance e poesie, di pecorini, mieli, pastori, organetti e ciaramelle.
Fame d’erba (che è il titolo di una interessante iniziativa di PescasserolièW) e voglia di intonare un nuovo canto d’Appennino, forse il canto del ritorno, quello di cui parlava Paolo Rumiz nel suo reportage dal cratere del terremoto appena un paio di mesi fa.

Voglia di tornare
Che ci sia voglia di ritornare ad una vita d’Appennino non è una novità. La novità e che ora la voglia potrebbe trasformarsi se non in necessità, quantomeno in opportunità per tanti giovani che non si nutrono più delle certezze urbane.

Cedendo la strada agli alberi
C’è un poeta, Franco Arminio, paesologo, che anche qui a Pescasseroli ripete il suo credo: il romanzo della natura è molto potente e noi siamo delle note a margine. Dice che bisogna cedere la strada agli alberi (quasi echeggiando l’invito di Ezra Pound ad imparare dal “mondo verde” quale sia il nostro posto). Dice ancora, il poeta dell’alta Irpinia, che abbiamo bisogno di contadini, di gente che sa fare il pane e riconosce il vento, e chiede ai ragazzi del Sud di uscire ad ammirare i paesaggi, li sprona a “prendersi le albe, non solo il far tardi”. Continue reading “Di fame d’erba, di canti e di catene”

Fantastico Montelago, una magia per l’Appennino

Non snodate i crini dei cavalli, poiché disturbereste le creature fatate che li hanno annodati durante la notte. Il popolo di Montelago lo sa: non è con gli occhi, ma con il cuore che si scopre la realtà. Il 3, 4 e 5 agosto, per il 15° anno consecutivo, è pronto all’adunata al cospetto della Sibilla, la Fata, per far pace con lei, per far pace con la terra imbizzarrita.

Torna il grande festival della Terra di Mezzo, ma stavolta non sarà come le altre. Tra Taverne di Serravalle di Chienti e Colfiorito, tra Marche ed Umbria, nel cuore dell’Appennino la terra ha tremato, ha abbattuto case, sconquassato anime, strappato all’incanto intere comunità. Continue reading “Fantastico Montelago, una magia per l’Appennino”

Il ragazzo delle nuvole, dall’Appennino al K2

Chi era Stefano Zavka? A Terni e non solo, tanti lo ricordano per le sue imprese alpinistiche e per la sua drammatica scomparsa dopo aver raggiunto la vetta del K2. Sono passati quasi dieci anni da quel giorno. Ora è in uscita un libro su di lui, il primo. Non la biografia di un campione, non la cronaca delle sue imprese. “Salire con Stefano Zavka” di Lorenza Moroni (edizioni Ricerche&Redazioni) è un libro intenso ed essenziale. E’ la storia di un’amicizia profonda, di vite ordinariamente straordinarie. E’ una storia che parte da una città di pianura e va in cerca di libertà e di vita. O meglio, come scrive l’autrice: “È lo sguardo che va oltre le ciminiere, il sorriso che spacca il cielo, il calore del fuoco in inverno”. Il sorriso di Stefano Zavka, la sua crescita come uomo e come alpinista. La vita di “un ragazzo appeso alle nuvole”, una vita in salita, raccontata dalla sua migliore amica e compagna di avventure montane, a cuore aperto, senza ipocrisie, con gioia mista al dolore.
libro
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La benedizione dei monti

Salire in corteo, in processione verso un luogo alto, montano, soprastante il paese, o la città. E’ un rituale molto diffuso in Appennino. Si manifesta soprattutto in occasione di cerimonie religiose, ma affonda le radici in riti ancestrali, come attestano le Tavole Eugubine, il più antico testo rituale tuttora conosciuto in Occidente, concepito – guarda caso – proprio in Appennino.


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Resistenza montana con montone

Di giù si parla di arresti, di crisi, di inquinamento, di legittima difesa. Di su si parla di spinose, montoni, cannoni per cinghiali e gelate fuori stagione.
Bastano poche centinaia di metri di differenza. Naturalmente d’altitudine e non di distanza. Basta salire, spostandosi anche di poco, per cambiare panorami – certo – ma anche discorsi e prospettive. Forse perfino per fare un salto nel tempo. Resta da capire se all’indietro o in avanti.

La montagna, anche il piccolo Appennino, quello sopra casa, non offre solo l’aria buona e l’opportunità di buttar fuori le tossine con il sudore. Ti offre – se sai cercarlo – il contatto con l’altro mondo. In senso buono. Il mondo dei montani resistenti. Che poi, se sono umbri (orientali) o marchigiani, sono pure simpatici. Che alla fine della chiacchierata ti vien voglia di abbracciarli, come fratelli e sorelle. Forse anche per via del vino che – inevitabilmente – avete bevuto insieme. Continue reading “Resistenza montana con montone”

Fiore di maggio

Lungo tutto l’Appennino centro-settentrionale, in Toscana e nelle Marche è diffusa la festa del maggio. Il Calendimaggio, o il Cantamaggio, il maggio sacro, quello profano con i canti di questua, affondano le radici nella notte dei tempi, nei floralia dell’antica Roma, nel culto delle divinità della terra, nel saluto ad una primavera ormai irreversibile, tappa fondamentale nel tempo ciclico delle stagioni per la civiltà contadina.


La notte del 30 aprile si gridava e si cantava di gioia per il ritorno della bella stagione, per il rinnovato miracolo della fioritura, auspicio di fertilità e di abbondanti raccolti. E molto spesso lo si fa ancora nei piccoli borghi delle Terre Alte e nelle campagne rinverdite.

C’è poi un caso speciale. E’ quello di una smemorata città d’Appennino, Terni, un tempo legata alla sua valle, alle sue acque veloci e alla prorompente natura che la circonda. Continue reading “Fiore di maggio”

In cammino nel terremoto in cerca del nuovo Appennino

Questa storia comincia con un punto e un a capo.
Li abbiamo messi, il punto e l’a capo, traversando a piedi, tanto involontariamente quanto abusivamente, la zona rossa di Casali di Ussita, mentre scendevamo dai piani di Pao, con ancora negli occhi lo splendore dolomitico del Bove.
Prima di camminare qui, c’eravamo illusi che tutto potesse tornare com’era abbastanza rapidamente, magari a beneficio esclusivo di noi escursionisti della domenica. Lo abbiamo pensato senza umiltà, forse da egoisti, forse per troppo amore verso queste terre,  senza aver provato a capire che da queste parti il paradiso e l’inferno non hanno confini ben tracciati.
Senza aver capito bene la vastità dei problemi. Senza aver capito che qui, sull’Appennino centrale in un’area che va da L’Aquila a Camerino e Tolentino, da Campotosto fino a Norcia e a Cascia, siamo all’anno zero. Stavolta più delle altre. Questo è stato un grande terremoto, come quello del 1703. Le conseguenze della catastrofe sono enormi, ben più ampie e di lunga durata rispetto a ciò che ci appare dall’esterno.
Non sarà come prima. Neanche camminare qui sarà come prima. Ma continueremo a farlo.
Punto e a capo.

I paesi abbandonati
Abbiamo camminato per tre giorni, da soli e poi insieme agli amici del Cammino Francescano della Marca (che stanno andando da Assisi ad Ascoli Piceno), in un continuo susseguirsi di panorami splendidi e paesaggi sfregiati, tra bellezza e angoscia.
Abbiamo rivisto luoghi cari e frequentati come Visso, Ussita, Pieve Torina e Muccia, abbandonati e chiusi come il nostro cuore quando provavamo a attraversarli aggirando le transenne. E poi tante crepe sui muri delle case, delle chiese, delle pievi: quelle maledette X, quasi un segno del demonio, e macerie ancora sulle strade, come se il terremoto ci fosse stato ieri.
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Per Pasqua conta le pecore e #salvaunpastore

Sono settimane che conti le pecore. Senza neanche riuscire a dormire.
Tutto ad un tratto ci sono tantissime pecore nella tua vita. Sarà che è Pasqua e perfino Berlusconi dà il latte all’agnellino.
Oppure no, forse la questione principale è che sei stato a Cascia a vedere Sa paradura. E lì di pecore ne hai viste mille. Le hanno portate Gigi Sanna, la Coldiretti, gli Istentales e gli amici sardi per regalarle agli allevatori terremotati.
Solidarietà arcaica del mondo pastorale, di quando non c’erano ancora le assicurazioni e i decreti legge.

E poi sei stato a Piedimonte, sulle tue montagne di casa a prendere il primo sale dalla pastora di Cesi e hai rivisto la casa scalcinata e disordinata, il gregge, i maremmani, le galline sull’aia, il montone. E hai risentito gli odori di cinquant’anni fa nei casolari della campagna umbra, gustando un cucchiaio di ricotta calda.
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