Il sentiero sottile

C’era un vento dolce che scendeva dal monte. L’aria era fresca e profumava delle erbe che aveva appena carezzato sui prati alti. Ti faceva sentire coraggioso, vivo, pronto a tutto.
E voi come vi sentivate, compagni miei? Coraggiosi? Vi sentivate coraggiosi?
Pastori, contadini, vagabondi, genti dell’altipiano! Quello era il giorno giusto per traversare la linea che separa il paradiso dall’inferno, o l’inferno dal paradiso. Quello era il giorno per farlo! Con il vento alle spalle, quella tramontana estiva così leggera… Oppure non avreste mai più avuto il tempo, la voglia e il coraggio e sareste rimasti imprigionati lì, per sempre.

Così avete camminato. Camminato verso la Grande Frattura, dove la terra si è mossa, poi si è fermata e ha fatto fermare il tempo, creando un prima, ma non ancora un dopo, le colonne d’Ercole oltre le quali nessuno è riuscito a passare. Talmente profonda è questa frattura che chi ci cade dentro rischia di morire di vecchiaia prima di toccarne il fondo.
Avete camminato con in testa la banda del paese che soffiava negli ottoni ammaccati e rullava i tamburi sfondati. Seguivano, un po’ a distanza, i suonatori di pive, zampogne e ciaramelle, di organetti a due botte e di chitarre che quando la banda tirava il fiato attaccavano saltarelli, gighe e ballate da viaggio.

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Dietro, marciando, venivano i vagabondi con i loro zaini carichi di sacchi a pelo, di mappe consumate, di collezioni di orizzonti e di calzini sporchi spaiati. A lato, per coprirne gli odori, c’erano i pastori, capi di bestie, che conducono le greggi per i tratturi su e giù dalle montagne e che conoscono la libertà dei valichi e dei cieli stellati.

Sull’altro lato i contadini sudati con i carri colmi dei loro tesori, i sacchi di lenticchie appena separate dalla pula, seminate al freddo e carpite sotto il sole d’agosto.
A seguire c’era una carovana d’asini con le vettovaglie nelle some e i bambini in groppa fieri delle loro cavalcature. A chiudere, i nullafacenti che si erano svegliati tardi e con loro i bevitori e i mangiatori, alcuni sorretti a spalla, ai quali la notte non era bastata. Tutti in ordine sparso per perdere la retta via e ritrovare il tempo.

Dunque eravate in tanti e nessuno somigliava all’altro e avete camminato sotto il sole, ma con il vento alle spalle, guardando la vastità dell’altipiano e la corsa delle nuvole nel cielo; in breve, ne siete diventati parte. È così bello avere dentro il sole e il vento, la luce, le ombre dei monti sui prati, i boschi, i sentieri che salgono verso le cime. In effetti non pensavate che ci fosse tanto spazio dentro di voi. Forse lo sapevano solo i bevitori, che già dalla sera prima, con il vino, si erano liberati dai pensieri pesanti e avevano iniziato a far volare la mente sopra l’altipiano.

Ma proprio mentre stavate diventando fieri del vostro incedere e davvero coraggiosi, scorgeste in lontananza, tra i prati, la grande linea nera. Così avete rallentato, avete perso la baldanza, la cadenza, la direzione, sparpagliandovi. Avete sospeso il passo e il respiro per qualche attimo. Poi vi siete avvicinati sgomenti, con timore, guardando la faglia, lo spacco, il vuoto, il nulla impraticabile.
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Chi ce l’aveva ha aperto un ombrello per ripararsi dal sole, quegli altri si sono coperti come hanno potuto, con cappelli di carta e turbanti di maglia. E così siete restati a lungo e a lungo, seduti su quella crepa della terra. Con le gambe penzoloni verso il buio più profondo. Pensando e ripensando a come andare oltre, facendo calcoli su calcoli, intrecciando mille discussioni senza giungere ad alcuna soluzione.

Finché – e quasi non ve ne eravate accorti – una vecchia con una lunga gonna nera e un fazzolettone altrettanto nero in testa, si è messa seduta accanto a voi, in mezzo a voi.
Anche lei con le gambe penzoloni. E ha cominciato a muoverle ritmicamente sotto la veste che cadeva fin oltre le scarpe, come una bambina che gioca, cantando una filastrocca con una voce bellissima che da tempo non vi capitava di sentire. Avete taciuto tutti per ascoltarla. Ma non ne avete compreso le parole, anche se…anche se a volte vi sembravano familiari.

A quel punto, tutti, ma proprio tutti avete visto una bambina lasciare il suo asino e correre verso il bordo del burrone. Fendeva la folla immobile, chiedendo: “Permesso, permesso!”.

E poi l’avete vista arrivare proprio dove voleva arrivare, mettersi seduta sul bordo della frattura accanto alla vecchia e iniziare a cantare la filastrocca insieme a lei. Una voce giovane e una voce antica: così il ritmo della filastrocca cambiò, tanto che quasi tutti iniziarono a comprenderne le parole.

La vecchia donna si voltò verso la bambina, smise di cantare, sorrise e le carezzò i capelli.


Raccontate poi che quelli più vicino sentirono la bimba chiedere alla vecchia qualcosa. La bambina le chiese: “Tu sei una fata?”.

Passò qualche secondo e anche l’oscurità della Grande Frattura sembrò trattenere il fiato. Ma nel silenzio dell’altipiano, della banda, degli ottoni, delle pive, dei tamburi e degli ubriaconi, la vecchia sorrise di nuovo e rispose guardando la bambina dritta negli occhi: “Che cos’è una fata? Tu sei fata quanto lo sono io! Non devi cercare nulla fuori di te…come la filastrocca che abbiamo cantato insieme, che nessuno ti ha mai insegnato, ma che tu hai sempre saputo”.

La folla mormorò, come un’onda di risacca la risposta della vecchia che passò di bocca in bocca e raggiunse le orecchie di quelli più indietro, che non del tutto convinti chiesero di nuovo a quelli davanti, che confermarono rimandando la risposta indietro.

Insomma, in tutto questo andirivieni di voci, proprio quando tutti ritennero di aver capito la risposta giusta, o almeno di averne avuto notizia nel modo più preciso possibile ci fu, di colpo, un nuovo silenzio, mentre la bambina si era alzata e gridava: “Là, là! Guardate laggiù!”.

Mille teste si voltarono tutte insieme, mille mani salirono sulle fronti a coprire gli occhi per proteggerli dalla luce. Allora lo vedeste. Lo vedeste tutti, perfino le pecore. Contro il sole e contro ogni logica a nemmeno cinquanta passi da dove eravate c’era un ponte che prima non c’era. Sottile come la cresta montana più affilata.
Era fatto di tronchi di faggio lunghissimi, era bianco e arcuato, così da risaltare sull’oscurità della Grande Frattura come un enorme sorriso.

Ma non è logico, disse il pontiere che poco prima si era scervellato nei suoi progetti. Ma non è solido disse il pastore pensando alle sue pecore. Ma non ha alcuna autorizzazione disse una voce dall’alto.


Poi vedeste ancora la bambina che indicava un asino uscito apparentemente dal nulla mettere una zampa sul ponte, come un equilibrista. Guardaste la seconda zampa, la terza e la quarta, l’asino sul ponte, alzaste di poco lo sguardo e – trattenendo il fiato – vedeste la vecchia in groppa all’asino, con il fazzoletto nero in testa.

L’asino camminava dritto e sicuro e la vecchia era ritta sul basto. Proprio quando furono nel mezzo del baratro, ci fu una folata di vento non così forte da far muovere il ponte, ma sufficiente ad alzare la lunga gonna della donna che svelò una pelosa zampa di capra con un grande zoccolo, al posto della scarpa. Proprio come le fate di Pretare.

Allora, finalmente, tutti rideste. Risero armonicamente i suonatori della banda, risero le donne e i bambini. Gli uomini ridevano mentre si toglievano i cappelli di carta e li gettavano nella Grande Frattura, i vagabondi in gran fretta raccolsero gli zaini sopra i quali si erano seduti e tutti, proprio tutti passaste sul ponte insieme alle pecore e – se ce ne fossero stati ancora – sarebbero passati pure gli elefanti di Annibale.

Il tempo del dopo ricominciò a scorrere. Apparentemente senza alcuna ragione, di certo senza alcun permesso.

wwww.appenniniweb.it per MontelagoCelticFestival storytelling 2017

Foto di copertina tratta dal video ufficiale di Montelago Celtic Festival 2017

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