Davvero non avete mai visto un folletto?

Può esistere un essere fatato mezzo serpente e mezzo drago, il regolo, come lo chiamano sui Martani, oppure il regle come dicono sull’Appennino tosco-emiliano? Esistono i folletti che intrecciano le code dei cavalli? I baffardelli o gli gnefri? E le fate dei Sibillini con le zampe caprine?

“Oppure hanno ragione quelli che dicono che non è vero niente, gli streghi, la guaritrice, la fata delle tecchie sono tutte superstizioni di chi vive in un mondo così piccolo da sembrargli lontano e misterioso tutto il resto. Forse qualcuno si è inventato qualcosa e tutti gli altri ci hanno creduto. Forse la superstizione, la fame, la miseria…”.
O forse no. O forse quello che conta è la domanda e non la risposta…
La domanda, quella che risuona dalla prima all’ultima pagina del bel libro di Mario Ferraguti (Dove il vento si ferma a mangiare le pere – Diabasis): esiste il folletto che entrò nella stalla quando ero bambino, il folletto che spaventò mio padre e annodò la coda della mucca?
Su questa domanda Ferraguti ha condotto un’indagine da antropologo scritta come un romanzo, quasi un romanzo giallo: su e giù per i paesi dell’Appennino parmense, dalla Lunigiana al passo della Cisa, da Monchio delle Corti a Berceto, da Sassalbo a Bosco di Corgneto. Su e giù a parlare con i vecchi e con tutti quelli che non si vergognano di raccontare le cose vecchie. A parlare di che?
Di streghe e guaritrici, quelle che ti svuotano e ti tolgono i vermi. Del regle, il serpente corto e grosso come il tubo di una stufa che nasce dell’uovo di un gallo vecchio di un anno, covato da una biscia, da un uovo nero e freddo quando c’è un temporale. Del regle che t’incanta con lo sguardo e che se provi a ucciderlo il fucile ti scoppia tra le mani. A farsi raccontare della notte di Natale, quando gli animali parlano tra loro nelle stalle e se ti nascondi per ascoltarli diventi pazzo; dell’albero dove si appollaiano gli streghi, in mezzo al bivio tra due sentieri che s’incrociano.


Filippo Filipponi invece non pone domande, raccoglie testimonianze, in giro per altre montagne d’Appennino, al centro dell’Umbria, tra Firenzuola, lo Scoppio, Macerino e la Valserra, terre Arnolfe e longobarde. Un’indagine su una terra di confine, che poi è il titolo del suo libro (Morphema 2012). Si muove per strade poco battute, dove la città non ha ancora invaso le pendici delle montagne e ci sono paesi che quando li vedi ti strofini gli occhi perché pensi che non esistono. E chiese e conventi e case che non si capisce da lontano se sono le pietre del monte oppure costruzioni. In effetti sono tutte e due le cose. E anche qui c’è il regolo che se ti guarda t’incanta. Anche qui ci sono i santoni e le santone che imparano le formule nel Libro del comando e gli alberi magici ai crocicchi, che nascondono i tesori dei briganti, che non puoi scavare sennò ti prende un fulmine. E lo spirito del cane bianco e i mazzamorelli; gli abitini, gli amuleti e i griccioli con gli ossicini dei cani, per proteggersi dal malocchio. Filipponi, come Ferraguti, riferisce il dubbio: “Mamma ce ne raccontava tante: chissà se era la paura o la fame…”.
Un po’ più a Sud Vinicio Capossela interroga il suo Appennino, la sua terra, l’alta Irpinia ventosa e vegliata da paesi spopolati. Quelli delle poesie di Franco Arminio, tra Calitri, Cariano, Andretta e Candela, paesi di coppoloni e creature della cupa, dove il viandante si muove tra noto e ignoto, tra visibile e invisibile alla ricerca dei siensi perduti, di streghe sotto gli alberi di noce, di liquori gialli d’erbe magiche che stregano le parole…
“E così pure noi andiamo cercando qualcosa. Una strofa, un pensiero, un segno, che nell’uomo il divino si trova, ma i preti lo hanno messo a cassetta, insieme alla borsa delle limosine”.
E’ suggestione, è superstizione ché la “La conoscenza di scienza ha dissolto favole e miti”?


Oppure no, perché ci sono cose che un conto è parlarne dentro a un palazzo di cemento armato nel cuore di una città d’asfalto e con le luci sempre accese, un altro conto è percepirle mentre cammini sulle foglie morte, oppure dopo aver avvertito all’imbrunire, al margine di un campo arato, sotto una quercia, il brivido della prima notte fredda d’autunno, mentre una volpe (una volpe?) si muove tra i cespugli. O dopo aver intravisto, rientrando nel buio, il chiarore del fuoco dalla porta di casa che si apre e le scintille che salgono nella canna fumaria.

Ci sono realtà sottili e parallele che ci portiamo dentro da millenni e non ce le faranno dimenticare tutti i tablet e gli schermi a led di un centro commerciale.
E poi ci sono le immagini che ti cesifanno immaginare, come il baffardello con la lingua di fuori scolpito nell’arenaria di un architrave in un borgo montano del parmense, o quella specie di sirena murata e amputata, in alto su un muro a Cesi e che quasi nessuno guarda più. Quasi.
“C’era una volta il figlio di Guido, Guido del campo dove il vento si ferma a mangiare le pere, in un paese di montagna, di notte, dormiva nel suo letto con fuori gli alberi e tutto il cielo, con fuori il buio e tutto quello che ci vive dentro, nel buio”. Che se sei capace di vederlo anche solo con la coda dell’occhio – e in Appennino ti può ancora capitare – ti segna e t’incanta.

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