Il tempo dei semi

L’inverno è il tempo del seme. Anche in Appennino sotto terra, sotto traccia, ci sono tanti semi che stanno elaborando il loro progetto. L’acqua, la neve, perfino i terremoti, aiuteranno i semi. Forse selezioneranno i più resistenti, ma li faranno germogliare.

Così, in questi giorni prossimi all’inverno, nelle valli intorno e dentro la grande catena d’Italia, arrivano voci, messaggi, notizie che fanno sperare in una primavera che potrà esserci, che dovrà esserci, per natura. Anche se la terra d’Appennino si svuota, anche se le SAE non arrivano nelle aree del terremoto e quelle che arrivano non sono adeguate, anche se c’è vento e la neve cade ancora sulle roulotte congelate, anche se apparentemente serpeggiano tristezza, rancore e rassegnazione, bisogna – per forza – sperare nell’energia dei semi. Che anche di tutto questo si nutrono.

Intanto la prima spinta, dopo l’emergenza del terremoto, è quella per rendere permanente la prevalenza del noi sull’io, del senso di comunità sull’individualismo, che perfino in queste montagne rappresenta un pericolo ben più concreto di quello dei lupi.

Scrive Leonardo Animali: “La salvezza dell’Appennino esige per prima un nuovo vocabolario: cittadini e non clienti, persone e non dipendenti, comunità e non tribù”.

In questa nuova geografia umana dell’Appennino ferito nascono ovunque comitati popolari, sull’onda della rabbia e della disperazione, certo, ma con dentro la possibilità, la capacità, come in un seme, di crescere, di maturare e diventare propositivi. Soprattutto con la rinata voglia di partecipare al proprio futuro e con una crescente consapevolezza della enorme ricchezza e specificità di queste terre d’Appennino, anche nelle piccole cose, anzi soprattutto in quelle.

Scrive Franco Arminio: “Bisogna ripartire da qui, qui c’è il sacro che ci rimane, può essere una chiesa, una capra, un soffio di vento, qualcosa che non sa di questo mondo, né di questo tempo”.

Perché in questa nuova geografia d’Appennino non può mancare il sacro, che in effetti c’è sempre stato.

Dice, in questi giorni, Benedict Nivakoff, priore dei benedettini di Norcia che dopo la distruzione della basilica continuano a vivere in comunità, lavorano, pregano e cantano in gregoriano, nel monastero riedificato di San Benedetto in Monte: “Non bisogna mai smettere di cercare Dio: quaerere deum”.

Quaerere deum, soprattutto sulle nostre montagne, soprattutto ora. Ed è un consiglio che vale oro per cristiani e non cristiani, forse persino per gli atei, ricordando che il dio delle montagne è più vicino di quello delle città.

Scrive papa Benedetto XVI parlando di san Benedetto, patrono d’Europa e d’Appennino: “Quaerere Deum, cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno necessario che in tempi passati. Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura”.

La cultura della montagna è cultura che nasce dal senso del sacro, dal contatto con gli elementi naturali, dalla relativizzazione dell’individuo rispetto al mondo che qui si palesa nella sua reale ampiezza, anche a livello visivo e che qui non appare sottomesso all’individuo, come erroneamente si può credere nelle realtà virtuali.

Allora in questo inverno che si annuncia lungo, c’è chi decide di tornare a vivere in montagna, come il marchigiano Maurizio, chi lo ha già deciso da molto tempo, per precisa e mirata scelta di vita sulle montagne d’Abruzzo, del Molise, come Maria José, come Alessio, oppure sul Pollino o in Lunigiana, a far formaggi, a coltivare la terra, a studiare, a scrivere poesie. C’è chi decide di continuare a vivere e a camminare in Appennino verso dove?

Forse semplicemente camminando verso un altro tempo come scrive Luigi Nacci.

…cercando di possedere, infine, la cosa più importante: il tempo per dimenticare il tempo, come scriveva Giuseppe Tucci

Qualcuno dice che non bisogna mischiare semi di diversi colori. Si potrebbe ribattere che in montagna sono proprio i colori diversi che contribuiscono a creare il senso della libertà. Come nella fiorita di Castelluccio.
L’importante è che l’occhio che guarda i fiori dei più diversi colori sia libero e capace di cogliere la bellezza ovunque.

Con la partecipazione, con un’idea di comunità aperta, con il ritrovato senso della terra e del sacro c’è un futuro per l’Appennino e i suoi semi germoglieranno in una primavera clamorosa e coloratissima.

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