I piccoli miracoli di Elcito

Elcito è il paradigma dei piccoli borghi d’Appennino. Un minuscolo castello aggrappato alla roccia, tra Fabriano e San Severino, nelle Marche, sotto il monte San Vicino.
Una ventina di case strette le une alle altre, una chiesa, un forno, una scuola. Pietra su roccia, roccia sul verde dei prati, boschi e faggete. La semplicità perfetta. Elcito è stato abbandonato pochi anni fa. Poi è stato parzialmente restaurato e alcune sue case sono abitate in estate. D’inverno resta solo, o quasi. Lungo i tre vicoli, pannelli con foto ricordano la vita passata di Elcito. Le donne al lavoro sull’uscio delle case, ora chiuse. Gli uomini col cappello in testa, attenti a non farselo portar via dal vento. I bambini col cavalluccio a dondolo, la cottura del pane, le processioni. Fantasmi. O forse no: restano come geni del luogo.

 

A Elcito non ritornerà mai più gente come quella delle foto. Ma ne può tornare altra. E chi torna, o chi viene per la prima volta, non troverà solo le case vuote. Se lo vorrà potrà ascoltarle, le case, il luogo, la montagna, la faggeta, i loro geni, che sono rimasti.
Se chi viene a Elcito sale dalle città, da queste pietre e da questo luogo costruito in accordo con la natura circostante imparerà molte cose: la semplicità e la sua sublimazione, l’essenzialità; la comunanza e lo spirito di comunità; il silenzio, l’ascolto e l’accettazione; l’equilibrio, forse la felicità, di sicuro un’altra misura del tempo.

Dunque si verrà qui solo in vacanza, nella pausa tra una frenesia e un’angoscia che così tanto riempiono la nostra “quieta disperazione” della vita urbanizzata?

Non necessariamente. Se la modernità fosse in grado di misurarsi con l’essenzialità e se in molti ci credessero davvero, un luogo come Elcito, o come i tanti Elcito d’Appennino, sarebbe in grado di dare concretezza a progetti che a valle sembrano irrealizzabili. Luoghi così renderebbero la libertà a molte persone. E forse anche il lavoro.

D’altra parte chi avrebbe mai pensato di poter ascoltare il suono degli antichi strumenti di una schiera di monaci tibetani accordarsi con il fischio del vento davanti alle case di Elcito? Eppure è successo.

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Forse perché – come diceva Giuseppe Tucci, l’esploratore maceratese, che qui qualcuno ogni tanto ricorda – la vita, al di la dell’apparente complessità, è invece molto semplice.
Come i piccoli, essenziali miracoli di Elcito.

 

 

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