Se il canto d’Appennino fosse un haiku

Libri, dibattiti, riviste patinate, blog, parole…e se il nuovo canto d’Appennino, il canto del ritorno invocato da Paolo Rumiz (e da tanti altri) fosse un haiku? Un semplice, essenziale haiku

Erba odorosa
la luna ride
sopra la Maiella

Cos’è un haiku?

L’haiku è un brevissimo componimento poetico giapponese. Un haiku è un lampo che illumina la notte, spiega Mario Polia, storico, antropologo, uomo di molti mondi e anche d’Appennino, che all’haiku ha dedicato un’antologia in cinque volumi.
L’haiku – dice Polia – rappresenta una rozza, austera semplicità, la capacità di ridurre le proprie soddisfazioni all’essenziale, di captare la sostanza con l’anima, di traguardare nell’insondabile mistero della vita.

Oh, oh, dinanzi ai ciliegi fioriti
del monte Yoshino
e nulla di più

E perché non dinanzi a una cima d’Appennino?

Erba odorosa
la luna ride
sopra la Maiella

E’ solo un gioco, naturalmente, e questi sono alcuni dei versi di una poesia dei primi anni del secolo scorso raccolta e magistralmente musicata dal gruppo abruzzese dei Discanto.
Eppure vi si avverte un’eco lontana. Perché la capacità di riconoscere l’essenzialità dei luoghi risuona con la stessa vibrazione nel cuore di chi legge o scrive in ogni angolo del mondo. In ogni angolo del mondo in cui ci siano spazio, libertà e capacità d’ascolto. Visione e leggerezza.
E per scrivere un buon haiku il pennello deve essere mosso dal cuore, non basta imitare il ritmo del verso, dice Mario Polia parlando di possibili haiku non giapponesi.

Non si dovrebbe mai smettere di essere grati al nostro destino, o al reggitore della nostra anima per averci dato in dono il vivere in una terra come questa d’Appennino, o presso di essa.
Si sale, si vede. Si scende, si è visto. Anche quando si torna nel mondo fluttuante, resta una memoria della pienezza della visione dal monte, sia esso il Fuji o la Maiella. E in quel momento il mendicante (o il vagabondo) si veste di terra e di cielo.

Mondo di sofferenza:
eppure i ciliegi
sono in fiore.

Kobayashi Issa
(1763-1827)

Quaerere deum. Cercare Dio, l’assoluto e non se stessi. Come i monaci benedettini sulle montagne di Norcia, sui Sibillini, o come Celestino negli eremi della Maiella, dove la luna ride, l’erba è odorosa e il canto dei pastori sembra un haiku.

La foto della luna sulla Maiella è di Andrea Lattanzio
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