Se vedi la suppriscola fai il vino buono

“Fammi vedere se porti la suppriscola! Io mi giravo e mio nonno, come a togliermi qualcosa dai capelli mi diceva: eccola, mostrandomi il pollice tra le altre dita di una mano”.
Dal ricordo di uno scherzo tenero e dolce è nata la passione tosta e dura per la terra. Per la sua terra: la Valnerina.
E così Francesco Annesanti, adesso che è titolare dell’unica azienda vitivinicola della valle, ha voluto chiamare uno dei suoi vini preferiti, un Barbera, proprio con quel nomignolo: suppriscola. Che è stampato a chiare lettere sull’etichetta. “Un’etichetta minimal, un po’ come me”, dice Francesco con la sua ancora piccola cantina alle spalle e lo sguardo sui vigneti nel fondo valle.WP_20180210_10_46_08_Pro

“Il nucleo centrale è quello dei nonni, poi negli ultimi quattro anni ho cercato di ingrandirli”. Ora sono oltre cinque ettari, dietro Casteldilago, proprio sotto Collestatte e Torre Orsina, che da qui, per un curioso effetto ottico, sembrano un paese solo. D’altra parte un po’ di magia questa terra ce l’ha.
“Vorrei che il vino che produco fosse come un inchiostro con il quale scrivere della Valnerina e di me”. Ed è già così, perché dalle bottiglie e dagli otri vengono fuori belle storie. E anche un po’ di poesia. Perché Francesco, trentenne con laurea in scienze naturali e master in bioinformatica, scrive cose che piacerebbero al poeta dell’Appennino, Franco Arminio.
Tipo quando dice che il suo vino “è analfabeta, ma conosce le poesie e il firmamento a memoria”.
Perché analfabeta? “Perché, in omaggio ai miei nonni, è stato fatto nel modo più semplice possibile, senza alcun additivo, non come capita quando invece del vino sembra si faccia la Coca Cola”. Ma quel che ne viene fuori è qualcosa in più di un vino sincero, come conferma Andrea Barbaccia oste ternano di lungo corso: “In realtà sono vini interessanti, prodotti in modo naturale, buoni da giovani, ma con ottime potenzialità d’invecchiamento, di carattere e originali”.

Di carattere

La cantina di Francesco Annesanti

è anche la storia di Francesco che dopo la laurea i genitori avrebbero voluto “sistemato” in fabbrica o in un posto fisso e che invece ha fatto marcia indietro (o avanti). Niente acciaieria, ma la terra della Valnerina. “Qui ho faticato come un mulo e lottato contro la burocrazia, ma proprio per questo mi sento artefice del mio destino. E se tornassi indietro lo rifarei di nuovo”. Come lui altri giovani tornano o restano in valle. Con uno spirito nuovo e antico al tempo stesso. Per ripopolare l’Appennino dice Paolo Rumiz servono pionieri. Gli altri verranno dopo. “Certo, aggiunge Francesco, servirebbe anche un po’ di sostegno, quantomeno per eliminare gli ostacoli burocratici, e poi per la bellissima Valnerina ci vuole più gioco di squadra”. Oltre alla capacità di sognare. E di vedere la suppriscola.

Appenniniweb.it per Il Messaggero Umbria, 12/2/2018

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