Quella volta che i Wandervögel scesero in Appennino

(*) Davanti la porta del convento che somiglia a quella di una piccola rocca, c’era e c’è un ampio prato verde. In mezzo, una grande cisterna circondata da un colonnato di mattoni che sorregge le capriate sulle quali poggia un semplice tetto di coppi.
Proprio lì dietro, nascosto dalle colonne, qualcosa si mosse. E la comitiva di Fulvio e Anastasio, rapita dalla visione dell’insieme, si accorse solo in quel momento che oltre il tetto saliva un sottile filo di fumo, segno di un fuoco che presumibilmente era rimasto acceso tutta la notte, fino all’alba.

 


– C’è qualcun altro che ha avuto la nostra stessa idea – esclamò Fulvio.
– Su, andiamo a vedere.
Mentre si avvicinavano, nel silenzio ovattato del mattino rotto dal cinguettio degli uccelli, distinsero il suono un po’ stanco di una chitarra che sembrava intonare una lenta ballata.
Non appena si accorsero dei nuovi arrivati, due giovani alti e biondi si alzarono di colpo, e il terzo, quello con la chitarra, smise di suonare.
Fulvio e Anastasio, mentre si avvicinavano, li sentirono parlare tra di loro. Il marchese capì subito che erano tedeschi e non gli sembrò vero di mettere alla prova la lingua che aveva appena terminato di studiare.
Guten Morgen! – gli disse a voce alta, alzando una mano in segno di saluto.
Gut Licht! – gli rispose uno di quelli, dopo un attimo di esitazione.
– Che ha detto? – chiese sospettoso Fulvio.
– Buona luce – rispose Anastasio – un saluto che il mio professore di tedesco non mi ha mai insegnato!
– Però mi sembrano amichevoli – aggiunse Fulvio, osservando i sorrisi che si erano aperti sui visi dei giovani.
E così, in breve, passarono alle strette di mano e alle presentazioni.wandervogel-logo

I tre venivano da Berlino. Anzi da Steglitz, un sobborgo a sud-ovest della capitale, come ci tenne a precisare quello che sembrava essere il loro capo, Jürgen. Erano vestiti da montanari, indossavano pantaloni corti e buffi cappelli con delle lunghe piume. Dissero di essere Wandervögel in cammino sulla via di san Francesco.
– Vandere che? – chiese Fulvio.
– Uccelli migratori, credo – rispose Anastasio.
– Cacciatori, insomma?
– Non credo, non mi sembra che abbiano armi con loro. E poi se stanno qui per san Francesco ti pare che si mettono a sparare alle allodole?
La faccenda meritava qualche approfondimento. I compagni di Anastasio iniziarono a scaricare la mula.
– Non gli dispiacerà se ci accampiamo qui anche noi, no?
– Non mi sembra proprio: li vedo molto attenti al nostro calderone e curiosi di capire che cosa ci cuoceremo dentro. Devono essere in cammino da molti giorni. Facciamogli vedere che la gastronomia nostrana non ha niente da invidiare a quella del Kaiser.
La colazione fu abbondante e i tre ragazzi tedeschi non si tirarono indietro. Però nessuno di loro accettò il vino.
Poi, come spesso capita negli incontri in montagna, tra i due gruppi s’instaurò un clima d’allegria e di confidenza.
– E voi perché siete qui in questo posto così isolato? Perché avete lasciato la vostra città? – chiese con un mezzo sorriso Jürgen – non la trovate abbastanza comoda?
Anastasio tradusse e Fulvio lo guardò sorpreso.
– Ci prende in giro? – borbottò ridendo.
– Non credo – disse Anastasio.
– Probabilmente non ha mai né visto, né sentito parlare del posto da dove siamo venuti.
– La nostra città da qualche anno ci piace di meno – rispose traducendo in tedesco il giovane marchese.
– È molto cambiata e l’inquinamento delle industrie ha cancellato i profumi e i ricordi della vita che c’era prima.
Jürgen s’illuminò in viso e dopo aver guardato i suoi compagni si fece serio e attaccò un discorso più articolato.
– La maggior parte dei nostri contemporanei, rinchiusi nelle metropoli e abituati fin da giovani al fumo delle ciminiere, al rumore assordante delle strade e alle notti illuminate a giorno, non ha più un metro di giudizio per valutare la bellezza del paesaggio.

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– Anche noi da tempo abbiamo deciso che la città ci stava stretta. E con essa le fabbriche che ammorbano l’aria e le convenzioni borghesi della nostra società. Avevamo bisogno di un po’ d’aria pulita. E così prima abbiamo fondato un gruppo giovanile nel nostro liceo di Steglitz per organizzare escursioni in campagna e nei boschi, incoraggiati da alcuni nostri insegnanti. Poi, incredibilmente, tantissimi nostri coetanei in tutta Berlino, ma anche in altre città della Germania hanno seguito il nostro esempio. Prima i Wandervögel erano un piccolo gruppo di studenti di una scuola alla periferia di Berlino. Oggi siamo un grande Jugendbewegung, un movimento giovanile diffuso ovunque in Germania. Ma ognuno dei nostri gruppi conserva la sua autonomia, come in una lega medievale. – Noi – aggiunse con orgoglio – siamo gli Alt Wandervögel, i vecchi uccelli migratori: c’eravamo quando tutto nacque e adesso già ci sentiamo vecchi – concluse ridendo.
Anastasio terminò la traduzione mentre tutti i suoi compagni si erano seduti in circolo intorno a lui e ai tedeschi ed ascoltavano incuriositi.
– Quindi – disse Fulvio sorridendo – questi sono come noi. Solo un po’ meglio organizzati, mi pare di capire. Noi abbiamo la nostra comitiva e loro una specie di esercito!
Non fece in tempo a finire la frase che il ragazzo tedesco con la chitarra attaccò a suonare e a cantare a voce alta, mentre i suoi amici gli andavano dietro, in coro.
Man mano che finiva una strofa, Anastasio traduceva nell’orecchio di Fulvio.
“Mi chiamo Hannes il vagabondo, vado di qua e di là.
La mia vita, lo so, non rispecchia le idee del prete.
E non trovo un posto dove abitare,
dormo nella foresta, la testa sul muschio o sui rami secchi,
o madre natura con te!
Perché sono un vagabondo, un cane che canta,
ma il caro, caro sole splende per me come per te,
si, io sono un vagabondo, un cane che canta
ma il caro, caro sole splende per me come per te.
La strada di campagna è la mia vita,
sul selciato battono e scricchiolano i miei scarponi
e ciò che canto non è una litania,
non ne ha neanche una nota e per me va bene così.
Mi fanno ribrezzo le glorie e gli onori
Mi fa ribrezzo il denaro dei Rothschild
Perché si deve desiderare ciò che non si avrà mai?
Preferisco la mia vita da perdigiorno, ve lo dico perché lo sappiate,
alla fama, ai soldi, agli onori e a tutto l’altro letame”.(1)
– Bravo Georg! – esclamò ridendo Jürgen (…)

(*) Brano tratto da
Sotto la ruggine (Le strade che portano via, ovvero la storia di Fulvio e Anastasio) – Intermedia Editore 2012 – Gian Luca Diamanti
Ndr: l’intera storia è frutto di fantasia e narra di un incontro possibile, ma mai avvenuto, tra un gruppo di Wandervögel tedeschi in cammino sulle vie di Francesco e alcuni giovani umbri, tra i quali un alter ego del poeta vernacolare ternano Furio Miselli. Luogo di questa parte del racconto, ambientato nel primo decennio del Novecento, è il convento francescano dell’Eremita di Cesi.

(1) G. Sluyterman von Langeweyde, “Der Stromerhannes”

 

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