C’è un’epica d’Appennino, è italica e sannita

Ci sono posti che con l’epica ci campano.
L’epica, tanto per chiarire, narra il mythos, cioè il racconto di un passato glorioso di guerre e di avventure.
Beh, ad esempio, chi andrebbe a visitare un bosco come tanti nel Nord della Francia, a Paimpont, se il bosco non fosse identificato come la Brocelandia del ciclo bretone con la fonte dell’eterna giovinezza e la valle senza ritorno di Merlino e Artù? Oppure, chi si fermerebbe alle Termopili, appena sopra l’autostrada a vedere il monumento di Leonida, se non avesse nella mente l’immagine epica dei trecento spartani?
E l’Appennino? Ha una sua epica? Cosa ci racconta del suo passato remoto, dei suoi guerrieri, delle sue battaglie, dei suoi signori, dei suoi popoli, dei suoi riti antichi?
L’Appennino, in realtà ha una grande epica, un’enorme e affascinante epica che svetta come le sue montagne innevate. Solo a saperla ascoltare. E raccontare.

cover-viteliu-nicola-mastronardi2Qualche anno fa, neanche tanti, ci ha provato, con successo, Nicola Mastronardi, con un romanzo storico (genere che, come noto, sposa arditamente storia e immaginazione) sulle gesta dei popoli italici. Il romanzo s’intitola Viteliù (Edizioni Itaca, 2012), che poi sarebbe il nome più antico dell’Italia, e in poco più di 400 pagine vi fa viaggiare nel tempo, in un meraviglioso, rustico, duro e orgoglioso Appennino dei Sanniti e degli altri popoli italici che osarono opporsi a Roma e alla sua espansione.
Il racconto si dipana come un viaggio durante il quale c’ è il tempo di narrare le tre guerre sannitiche e la guerra sociale, dalle Forche Caudine alla battaglia delle Nazioni di Sentino, fino alla lega italica di Corfinio e Isernia.
Ma in questo racconto c’è una visione, c’è la visione di come la terra, questa terra d’Appennino abbia influenzato e influenzi tuttora il carattere di chi la calpesta, di generazione in generazione, uomini e animali.
Non è solo un racconto di battaglie, di orgoglio italico, di romantiche sconfitte; è soprattutto un racconto di paesaggi e di montagne. Quelle che si mostrano ai Sabini/Safini che, seguendo il loro animale totemico, il toro, migrano in un ver sacrum, in una primavera sacra all’alba dei tempi verso Sud, partendo dal lago di Cotilia e scoprendo la libertà dei grandi spazi della Marsica, del Fucino e di quello che oggi è il Molise, ma che grazie a quei settemila giovani in marcia verso il loro far west (che in realtà era un far south) divenne il Sannio. E poi il paesaggio del bosco sacro, del luco di Angizia, dea e maga guaritrice sotto la Maiella, dove i protagonisti del romanzo Angizia's Bustraccolgono le erbe medicamentose e avvertono l’aura dello spirito della natura; oppure le rive del grande lago del Fucino misurate dal galoppo sfrenato di un cavallo impetuoso e l’austerità delle caverne del monte del Luparo sopra Cocullo.
Ecco: il racconto è lungo, appassionante e ben scritto, ma la considerazione che resta da fare è un’altra rispetto al giudizio sull’esito della fatica letteraria di Mastronardi portata a termine con la ricerca e con il cuore.
La considerazione è che ci hanno riempito la testa con le epiche altrui, dalle omeriche alle celtiche fino alle invasive e fasulle epiche statunitensi dai cowboys in su (o in giù). Eppure la nostra epica ce l’abbiamo in casa, ed è sufficiente fare un po’ di salita e andarsela a prendere in montagna, in Appennino. Magari con l’aiuto degli Italici e dei Sanniti, che sono ancora qui. Basta girare i nostri paesi per incontrarli e ascoltarli. E anche questo è un modo per rianimare le montagne, ascoltandone le voci più antiche, il loro epos, per riempirle di senso, di visione, di futuro. Quello ben piantato, con le radici lunghe.

 

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