Sulla via dei Lombardi tra scaminati, castagne e baffardelli

Ci può essere una casa senza camino, dove il fuoco brucia per giorni e dove tutti imparano di nuovo a stare insieme? Scaminati e affumicati…
Tra una Liguria appena iniziata, una Toscana praticamente finita e un’Emilia dimentica della Bassa, comincia un altro Appennino. Un Appennino vero, come ogni vero Appennino, da Nord a Sud.
Ti lasci alle spalle le distese di cemento che hanno coperto le nostre splendide coste e le torme di turisti che nonostante tutto continuano ad affollarle. Inizi a salire verso i tre passi che colle20180616_2038331425388905.jpggano il mare alla grande pianura, superando la giogaia appenninica: la Cisa, il Lagastrello e il Cerreto. C’è solo da trovare la strada migliore. E non è facile. E’ come dover scegliere a tavola tra i testaroli e i panegacci, che sono quasi uguali, ma differenti. Per non far torto a nessuno scegli le castagne e la via dei Lombardi.
Da La Spezia a Fivizzano, è già tutta un’altra aria, di boschi, di campagna profumata, di lucciole e di cime appuntite in lontananza.
Le Apuane, con la vetta affilata del Pisanino e le interminabili creste, appaiono in un inaspettato miraggio, come un diorama dolomitico a far da quinta teatrale, wagneriana, alle colline della Lunigiana che s’arrampicano con fatica dal mare.
Le superi e ammiri borghi e castelli pittoreschi, immoti nel tempo, come quello della Verrucola, e sali, finalmente, tra faggete, corsi d’acqua e mulini nei cui invasi le fate pare facessero il bucato, o erano le ninfe, chissà?
Appena sotto il Cerreto, ai piedi del valico, senti che devi deviare. E’ sempre bene deviare in Appennino: è deviando che trovi le cose migliori. Una di queste è Sassalbo, Ssàrb in dialetto lunigianese.
Strano borgo isolato, ma su una delle più antiche vie di collegamento, un’autostrada delle pecore e dei traffici dal Medio Evo e da chissà quanti millenni prima. Sotto la protezione di San Michele Arcangelo da un po’ di secoli, ma pieno di baffardelli e signori baffuti scolpiti sugli architravi, a memento di folletti, demoni e antichi dei.
“Entrare piano per favore, per rispetto alle anime del borgo”, ti avvertono. E ascoltare. Prima però devi salire a piedi, al tramonto di uno dei giorni più lunghi dell’anno, nel bosco sacro, che è un enorme castagneto attraversato dall’antica via lastricata e delimitata dai muri a secco, sempre più su, fino al passo. Castagni enormi, come ent che sembrano vivi, da ascoltare con attenzione, nei loro cigolii e lamenti, al sussurro del vento.

 

 

Alle castagne Sassalbo deve la sua antica vita e forse anche la nuova. Perciò Serena racconta che sono le castagne a tenere insieme i pochi giovani del paese, anche chi se n’era andato.
La raccolta delle castagne che inizia invariabilmente il 29 settembre, il giorno di San Michele, quando cessano tutte le altre attività, ed è già una festa, di lavoro e fatica, ma una festa di raccolta. Dopo viene l’essiccazione che è perfino più complicata, nel metato, l’essiccatoio: uno stanzone diviso da un graticcio che fa da soffitto sul quale si mettono tutte le castagne. Sotto si accende il fuoco di legna di castagno. Non c’è camino: braci e fumo scaldano il soffitto a le castagne per un mese intero, senza interruzione. I giovani e gli anziani del paese fanno da vestali e custodi del fuoco, vegliandolo e alimentandolo a turno. Serate di affumicamenti e ammiccamenti, di storie, di vecchi spiritelli, d’incantamenti e di comunità ritrovata.

“Per questo abbiamo voluto fare un’associazione, che si chiama gli Scaminati, i senza camino”, dice Serena. E chissà che fra un po’ non ne venga fuori una cooperativa, come quella di Cerreto Alpi, la cooperativa di comunità dei Briganti. “Ma quelli sono in Emilia, son più bravi di noi a fare queste cose!”, sorride.
Intanto con le castagne essiccate e battute si scende giù verso Fivizzano, perché di mulini e macine non ce ne sono più qui, e si torna con i sacchi di farina, per far tutto, dagli gnocchi ai dolci, da mangiare e da vendere ai visitatori, più che ai turisti. A chi vuol assaggiare questa terra. In attesa che arrivino i pastori, quest’anno in ritardo, vista la stagione, e al castagnaccio si possa finalmente abbinare la delizia della ricotta appena fatta.

“Ma questo dov’è?“, chiedi a Serena mostrando la foto del bassorilievo con il baffardello sassalbino nell’ultima pagina del libro di Mario Ferraguti sul suo viaggio in Appennino alla ricerca del folletto. “Non te lo so dire, ce ne sono talmente tanti qui!”.

“Ognuno di noi ha un luogo dal quale proviene – scrive il sassalbino Emanuele Bertocchi – in quel luogo esiste la magica atmosfera che ti fa sentire di appartenere a una terra”.

L’Appennino da lontano sembra una grande vecchia casa di pietra, piena di finestre. Una casa malmessa, con le persiane rotte, le porte sfondate. Ma se ti avvicini e guardi bene dentro quelle finestre, che sono i suoi mille borghi, puoi vedere che un po’ di luce c’è ancora. Se appiccichi il naso a quei vetri noterai con sorpresa che la tavola è apparecchiata, in cucina le pentole fumano e qualcuno è pronto a far festa. Ci sono talmente tante stanze in quella grande casa, che non farai mai in tempo a scoprirle tutte e ci sono ancora tante speranze in Appennino e nei suoi paesi spaesati e scaminati.

 

 

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